martedì 18 settembre 2018

L'inganno dell'autenticità. Oltre il linguaggio comune

Cosa significa essere se stessi?
Cos'è l'autenticità?
Quanto è importante riconoscere, regolare e comunicare quanto si sente agli altri?

Il riferimento alla letteratura narrativa, da sempre una grande esploratrice delle vicende e dei drammi umani, sul concetto di autenticità e di ambiguità è d'obbligo poiché ci aiuta a comprendere meglio la natura umana.
La ambigua polarità del protagonista di Stevenson nel "Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hide", i dubbi dell'"Amleto" di Shakespeare, i grandi paradossi nelle opere di Pirandello dove la relazione fra finzione e realtà è il fulcro delle sue opere letterarie, fra le quali "Uno, nessuno, centomila", "Sei personaggi in cerca d'autore" e "Il fu Mattia Pascal".
Nel cinema d'autore pensiamo a "Zelig" di Woody Allen, un personaggio camaleontico costretto inconsapevolmente a mutare continuamente la propria immagine per aderire alle aspettative esterne.
Da sempre, in filosofia, nella letteratura, nel palcoscenico teatrale e nel grande schermo cinematografico, il dilemma è onnipresente.
Nel dibattito psicologico e psicoterapeutico contemporaneo dobbiamo allo psicoanalista inglese Donald Winnicott il contributo più importante sul tema dell'autenticità, grazie alle sue concettualizzazioni sul Sé, che definisce in due modi ben distinti, il  vero Sé e il falso Sé.
Il primo, il vero Sé, secondo Winnicott ha origine nella dimensione vitale corporea e contemporaneamente è fisico e psichico, contiene l'agito spontaneo, le proprie intuizioni soggettive e la coerenza con l'ideazione personale.
La sua tendenza alla gratificazione immediata dei propri bisogni e all'espressione simbolica, legano il vero Sé esposto dall'autore a ciò che Sigmund Freud definisce come processo primario (1). 
Il vero Sé si esplica nel sentire l'esistenza del proprio corpo e di conseguenza permette di essere consapevoli delle proprie emozioni, di sentirsi reali, presenti e autentici.
Winnicott espose la diade madre - bambino con alcuni concetti che tutt'oggi definiscono la qualità della loro relazione. Fra questi, sappiamo che una madre sufficientemente buona (2) ha la capacità di percepire con empatia i bisogni del proprio figlio, lo accudisce fisicamente (handling) prendendolo in braccio (holding) e facilita nel bambino quel processo di crescita fondamentale di integrazione psicosomatica dove ogni segnale corporeo è rappresentato mentalmente e dove si percepisce contemporaneamente sia un Sé corporeo, sia un Sé psicologico.
Ipotizziamo adesso uno scenario diverso dove il care giver primario, la madre mostra una diversa modalità di accudimento verso il proprio bambino.
Quest'ultimo può sperimentare frustrazioni e privazioni connesse a carenze ambientali, in primis relative alla madre, che possono interferire con lo sviluppo emotivo. Una genitrice non sufficientemente buona, come la definisce Winnicott, intendendo quella madre, in genere vittima di psicopatologie depressive o simili, che offre al bambino cure senza adattarsi a lui e in maniera meccanica, poco empatica e senza sintonizzarsi con i suoi bisogni.
Il bambino vivrà nel mondo presentatogli dalla madre, alla quale egli dovrà essere accondiscendente: anziché essere la madre ad adattarsi al piccolo, in questo caso sarà il piccolo a doversi adattare alla madre. La madre non sufficientemente buona può distruggere in maniera traumatica l'esperienza dell'onnipotenza soggettiva del bambino, inducendolo ad aderire alla realtà esterna in modo compiacente favorendo in particolare lo sviluppo di un falso Sé.
Il falso Sé è in questo contesto definito come una importante organizzazione difensiva della personalità che ha il primario obiettivo di proteggere, come un guscio, il vero Sé dalle minacce e pericoli esterni consentendo una ottimale tutela nei confronti della depressione (3).
Amplificando questo processo relazionale non si permetterà di integrare l'esperienza corporea con quella psichica non consentendo al bambino di sperimentare stati affettivi autentici e coerenti con il proprio sentire.
Nella clinica psicoterapeutica sappiamo bene quanto l'impossibilità di rappresentare psicologicamente il proprio corpo è un importante indicatore di salute e di benessere.
Questa scissione fra la dimensione psichica e corporea non consente di elaborare le sensazioni somatiche e di rappresentarle simbolicamente in modo adeguato. Tutto ciò permette alla dimensione psichica di diventare una entità separata e lontana dall'esperienza corporea dove il senso di Sé diviene solo ed unicamente una percezione mentale.
La funzione del falso Sé, frutto di una scissione psiche - corpo, permette al bambino e al futuro adulto di proteggersi dalla sofferenza e di conservare dentro di se l'impressione di una autosufficienza attraverso lo sviluppo del falso Sé, quest'ultimo caratterizzato da una forte ed eccessiva intellettualizzazione non armonizzata e quindi integrata con le esperienza corporee.
Come espone Winnicott, "...la psiche è sedotta dall'intelletto rompendo l'intimo rapporto che essa ha, all'origine, con il soma" (4).
Questa parte del falso Sé, non essendo consapevole e totalmente inconscia, continua ad essere operativa nella vita adulta e non influisce sulla qualità della vita della persona anche se quest'ultima può avere sensazioni di vuoto, di mancanza di "pienezza", di noia e di costante irrequietezza.
Ogni persona porta con se queste due dimensioni intrapsichiche che diventano operative con modalità totalmente diverse e spesso ben integrate fra di loro: il vero Sé si concretizza con maggiore creatività e soddisfazione personale consentendo alla persona di affrontare le avversità della vita e i cambiamenti con maggiori risorse e disponibilità. Il falso Sé, nonostante il contenuto spesso patologico, ha spesso una funzione indispensabile nella relazione e interazione con l'ambiente poiché permette di affrontare alcune esperienze comuni, trascendendo dallo stato mentale che si sta attraversando.
Cosa determina allora la psicopatologia o la disfunzionalità del falso Sé?
Credo sia necessario, per meglio concettualizzare il tutto, "...considerare questo problema all'interno di un continuum con una serie di possibilità intermedie che vanno dall'organizzazione di personalità normale in cui il falso Sé protegge il vero Sé, a quella in cui il falso Sé annulla il vero Sé" (5).
Infatti, nella vita interattiva quotidiana, alcuni manifestano un falso Sé patologico che non permette di intravedere o percepire la dimensione vera del vero Sé. Questo Sé patologico rappresenta la persona nella sua interezza e ciò non le permette di esporre la propria "autenticità".
Nella storia clinica delle suddette persone si evidenzia spesso una infanzia dove sono stati dei bravi bambini ubbidienti e conformi alle regole genitoriali e scolastiche. Questo garantiva un costante apprezzamento da parte degli adulti significativi che spesso li definivano degli ometti, dei piccoli adulti, non prendendo coscienza che il dramma dei bambini è spesso quello di non riuscire a vivere serenamente e in modo autentico la propria età, agire in coerenza con il proprio sentire e cercare di essere, per compiacere agli adulti, ciò che non si è.
Si tratta di bambini incapaci di vivere dei veri e funzionali processi di identificazione, poiché imitando i grandi seguendo in modo compiacente e passivo le loro direttive e aspettative non contattavano, nutrendole, le loro parti autentiche, soggettive, il vero Sé.
Gran parte dei disturbi connessi alla mancanza di integrazione fra l'attività psicologica e le esperienze corporee è spesso un importante elemento eziologico in molte psicopatologie, come disturbi alimentari, irrequietezza, disturbi dello spettro ansioso e depressivo e di molti disturbi organici di tipi gastrointestinale, dermatologico, allergico.
La prevalenza nel ciclo di vita del falso Sé predisporrà l'individuo verso l'incapacità di vivere appieno le relazioni affettive, inibendo la capacità di sviluppare interessi personali e di sentirsi, come se si indossasse un vestito scomodo, costantemente inadeguato quando dovrà far fronte a impegni e responsabilità che richiedono abilità superiori, quali responsabilità e capacità di problem solving.
Per costoro, ossia per la persona che ha sviluppato un falso Sé patologico, ogni esperienza che richieda una prestazione un po' più elevata della norma alla quale si è adattato, può generare degli scompensi psichici e fisici anche di una certa importanza. L'aumento delle aspettative e delle responsabilità suscita in questi soggetti dei forti sentimenti di angoscia e stati mentali disfunzionali poiché si sentono incapaci di affrontare le nuove richieste, incombenze o aspettative.
Osservando le persone, dialogando con loro e conoscendo le loro peculiarità verifico costantemente che la maggior parte di esse non sono consapevoli del proprio stato di sofferenza.
Quando vivono la crisi, qualcosa è già accaduto poiché la persona comincia a essere consapevole del dramma che lo accompagna e dell'inadeguatezza che immagine che egli ha costruito e che ha presentato agli altri non è più funzionale.
Le persone vanno rispettate sempre. Il falso Sé, il vero Sé sono dei costrutti psicologici che hanno  enorme utilità in ambito clinico. In terapia il tutto viene a galla e diventa un elemento importante di lavoro psicoterapeutico.
Nel linguaggio comune assistiamo ad una idealizzazione del concetto autenticità come un valore supremo, spesso inserendolo al vertice dei valori nella relazione, nel lavoro e nell'intimità. Ciò porta a posizioni semplicistiche e riduttive, non coerenti con la realtà della persona e spesso dense di inutile moralismo.
Non può esistere una condizione di "di autenticità assoluta e la padronanza completa del proprio mondo emotivo è un'utopia. La mancanza di autenticità, inoltre, non deve essere considerata solo un problema, ma anche per la propria funzione difensiva, che può risultare utile in determinate condizioni, in quanto protegge dalla sofferenza favorendo l'adattamento. [...] Nonostante non debba essere troppo idealizzata, la ricerca della propria autenticità va in ogni caso considerata un valore e le fatiche che essa comporta un buon investimento per il mantenimento di un relativo stato di salute e per il raggiungimento di una condizione esistenziale creativa e appagante" (6).

  1. Sigmund Freud, L'interpretazione dei sogni, Boringhieri, 1973;
  2. Donald W. Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, 1975;
  3. Donald W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, 1970;
  4. Donald W. Winnicott, Il bambino e la famiglia, Giunti e Barbera, 1975
  5. Franco Baldoni, La prospettiva psicosomatica, Il Mulino, 2010;
  6.  Franco Baldoni, Ibidem.

domenica 6 aprile 2014

I dieci movimenti di consapevolezza

Quanto segue è frutto della sapienza del monaco Zen Thich Nhat Hanh.
(www.wkup.org)

Preparazione: 
mettiti in piedi, con i piedi ben radicati a terra, le ginocchia morbide e sbloccate, leggermente flesse. 
Stai eretto ma in una postura rilassata, con le spalle sciolte. Immagina che un filo invisibile agganciato alla sommità della testa ti tiri verso il cielo. 
Mantenendo eretto il corpo, fa’ rientrare leggermente il mento in modo che la nuca si distenda. 
Inizia praticando per un po’ la consapevolezza del respiro. 
Assicurati di avere i piedi fermamente ancorati a terra, il corpo centrato, la schiena dritta e le spalle rilassate. Lascia che il respiro scenda nella pancia. 
Se ti va sorridi, e per un momento goditi questa posizione.



MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 1 – Inizia con i piedi leggermente separati, le braccia lungo i fianchi. Inspirando, solleva le braccia diritte davanti a te fino all’altezza delle spalle, parallele a terra. Espirando, riporta giù le braccia lungo i fianchi. Ripeti il movimento altre tre volte.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 2 – Inizia con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Inspirando, solleva le braccia davanti a te in un movimento continuo fino a portarle in alto e a distenderle sopra la testa. 
Tocca il cielo! 
Questo movimento può essere fatto sia con i palmi delle mani che si guardano l’un l’altro, sia con i palmi rivolti in avanti. Espirando, riporta giù le braccia lentamente lungo i fianchi. Ripeti altre tre volte.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 3 – Inspirando, solleva le braccia di lato, in fuori, con i palmi verso l’alto, fino a portarle all’altezza delle spalle, parallele a terra. Espirando, piega i gomiti e toccati le spalle con la punta delle dita. Quando inspiri sei come un fiore che si apre al sole caldo; quando espiri, quel fiore si chiude. Dalla posizione con la punta delle dita sulle spalle ripeti il movimento altre tre volte, poi abbassa le braccia riportandole lungo i fianchi.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 4 – In questo esercizio porterai le braccia a compiere un grande cerchio. Inspirando, sollevi le braccia diritte davanti a te tenendo uniti i palmi delle mani. Alza le braccia fin sopra la testa e separale, in modo che si possano allungare ancora. Espirando, prosegui il cerchio portando le braccia dietro e di lato, fino a chiuderlo con le braccia in basso, davanti a te, con le mani unite come all’inizio. Inspirando, questa volta manda indietro le braccia, separate, e sollevale tracciando il cerchio in senso inverso; espirando, riporta le braccia in basso davanti a te tornando a unire i palmi delle mani. Ripeti altre tre volte.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 5 – Sistema i piedi paralleli e distanziati fra loro quanto la larghezza delle spalle e appoggia le mani alla vita. Facendo questo esercizio, mantieni le gambe dritte ma non bloccate e il capo ben centrato sul corpo. Inspirando, inclina il busto in avanti flettendoti all’altezza delle anche e poi comincia a tracciare con il busto un cerchio verso destra e all’indietro. Arrivato a metà del cerchio, quando hai il busto inclinato indietro, comincia a espirare e continua mentre completi il cerchio tornando al centro, sempre flesso in avanti. Poi traccia un cerchio allo stesso modo nella direzione opposta. Ripeti le due rotazioni per altre tre volte.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 6 – In questo esercizio tocchi il cielo e la terra. Mettiti in piedi con i piedi separati alla stessa distanza delle tue anche. Inspirando, solleva le braccia sopra la testa con i palmi in avanti; stirati verso l’alto e guarda in su mentre tocchi il cielo. Espirando, flettiti in avanti portando giù le braccia a toccare la terra. Se senti tensione nel collo, rilasciala. Da questa posizione, inspira e mantieni dritta la schiena mentre torni su a toccare il cielo. Tocca la terra e il cielo altre tre volte e concludi tornando alla posizione di partenza.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 7 – Questo esercizio si chiama “della rana”. Comincia con le mani alla vita; divarica le punte dei piedi tenendo i calcagni uniti, in modo da formare con i piedi una V con l’angolo retto. Inspirando, sollevati sulla punta dei piedi, tenendo dritta la schiena, e fletti le ginocchia. Espirando, scendi sulle gambe flettendo le ginocchia, sempre mantenendo eretto il busto; scendi fin dove riesci ad arrivare senza sforzo e mantenendo un buon equilibrio. Inspirando, raddrizza le ginocchia e risali, restando sempre sulla punta dei piedi. Da questa posizione ripeti il movimento altre tre volte, ricordando di respirare lentamente e a fondo; per concludere, espirando riappoggia i talloni a terra.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 8 – Inizia con i piedi uniti e le mani alla vita. Porta tutto il peso sul piede sinistro. Inspirando, solleva da terra la gamba destra, in avanti, flettendo il ginocchio e tenendo la punta del piede puntata verso terra. Espirando, distendi in avanti la gamba, sempre con la punta del piede distesa. Inspirando fletti il ginocchio e riporta il piede verso il corpo; espirando, riportalo a terra. Poi sposta tutto il peso sul piede destro e fa’ lo stesso movimento con l’altra gamba. Ripeti la serie altre tre volte.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 9 – In questo esercizio si traccia un cerchio con la gamba. Comincia con i piedi uniti e le mani alla vita. Porta il peso sul piede sinistro e, inspirando, alza in avanti la gamba destra e poi comincia a tracciare un semicerchio di lato, con la gamba distesa; espirando prosegui all’indietro, abbassando poi la gamba fino a toccare il suolo dietro di te con la punta del piede. Inspirando solleva di nuovo la gamba dietro di te e falle tracciare un semicerchio di lato e in avanti; espirando completa il semicerchio fino ad avere la gamba davanti a te, poi abbassala e posa il piede a terra, riportando il peso su entrambe le gambe. Fermati con i piedi uniti, il peso ben distribuito fra loro. Ora fa’ l’esercizio con l’altra gamba. Ripeti la serie altre tre volte.

MOVIMENTO IN CONSAPEVOLEZZA 10 – Questo esercizio si fa nella stessa posizione dell’“affondo” nella scherma. Mettiti in piedi a gambe divaricate, i piedi leggermente più distanti fra loro della larghezza delle spalle. Voltati a destra in modo da avere il piede destro davanti a te, trovando nella posizione dell’affondo. Porta la mano sinistra alla vita, tenendo il braccio destro lungo il fianco. Inspirando fletti il ginocchio destro, caricando il peso del corpo sul piede destro, e allo stesso tempo solleva il braccio destro con il palmo della mano rivolto in avanti e allungalo verso il cielo. Espirando, raddrizza il ginocchio e riporta il braccio lungo il fianco. Ripeti il movimento altre tre volte. Inverti la posizione delle gambe, portando la mano destra alla vita. Ripeti quattro volte il movimento verso sinistra, poi torna alla posizione di partenza e riunisci i piedi.

Hai terminato i Dieci Movimenti in Consapevolezza. 
Resta saldo sui due piedi, inspirando ed espirando in consapevolezza. 
Senti il corpo rilassarsi e respira con agio.

venerdì 4 aprile 2014


La partecipazione al meeting è aperta anche ai non iscritti alla scuola di specializzazione in psicoterapia biosistemica.

venerdì 14 marzo 2014

Non c'è alcun maestro, non c'è alcun allievo

A proposito della figura del Maestro o del Guru Sheldon B. Kopp, psicoterapeuta di Washington, scrisse nel 1972 un interessante saggio dal titolo un po' provocatorio "Se incontri Buddha per la strada uccidilo".

Ma cosa vuol dire uccidere il Buddha ?

Ucciderlo significa superare il mito del maestro, del guru, del sacerdote, del guaritore e del terapeuta.
Significa rinunciare al ruolo di discepolo e di paziente, ed assumersi completamente la responsabilità di ciò che si fa, abbandonando l'idea o la convinzione che qualcun altro possa avere il potere di guidare le nostre scelte.
Il Guru o lo psicoterapeuta sono dei mezzi che aiutano a raggiungere se stessi, non sono il fine della nostra ricerca. Ucciderli significa riconoscere che sono strumenti di aiuto, compagni di strada che non vanno mitizzati. Essi sono figure umane importanti ma provvisorie, che ci accompagnano per un tratto della nostra vita.
L'autore paragona la persona sofferente ad un pellegrino, che spesso ha confuso l'atto di imparare con la vera conoscenza, per cui si mette a cercare fuori di sé un maestro, un guru, un guaritore, uno psicoterapeuta.
Ciò che egli ignora è che la sua vera forza è costituita dal suo desiderio di crescita e di questo il terapeuta deve essere consapevole. 
Quest'ultimo è un osservatore ed un catalizzatore, non ha alcun potere di guarire, ma solo quello di aiutare la persona sofferente a ritrovare le sue risorse.
Nell'esperienza terapeutica tuttavia quello che avviene molto spesso è il fatto che la persona sofferente, pur sottoponendosi alla psicoterapia, e insistendo a dire che vuole cambiare, in realtà desidera solo stare bene, senza cambiare nulla nella propria vita o nel proprio modo di pensare.
Come Carl Gustav Jung sosteneva, per aiutare il paziente, il terapeuta ha pochissimi strumenti: la sua "anima", il suo modo di vivere e la sua vulnerabilità umana. 
Il terapeuta creando un'atmosfera "di sogno", permette al paziente di abbandonare i riferimenti del mondo esterno e di volgersi a se stesso.
Affinchè accada questo, il terapeuta deve evitare di scivolare nella trappola del paziente, che cerca di costringerlo a dirgli cosa deve fare per essere felice e come deve vivere senza essere pienamente responsabile della sua vita.
Nel suo saggio Kopp evidenzia quanto gli uomini, da sempre, hanno compiuto pellegrinaggi per dare un significato alla loro vita, e che la metafora del viaggio del pellegrino:
"...è un ponte e mentre il pellegrino lo attraversa, il demonio cerca di afferrarlo dal di dietro e la morte lo attende all'altro estremo".
Questo viaggio può essere affrontato "con la guida di un pellegrino di professione", il terapeuta.
Questi trova la sua forza per aver affrontato, nel corso della sua preparazione, un viaggio nel profondo di sé stesso.
Kopp paragona inoltre l'attività del terapeuta a quella del maestro Zen, che sottopone l'allievo a dilemmi non risolvibili con la logica, i cosiddetti Koan, per cui il paziente combatte i suoi problemi fino a quando, disperato, rinuncia oppure si arrende, e allora viene illuminato.
La vittoria più importante è arrendersi a se stessi, accettarsi, comprendendo che non esiste verità che non sia già evidente a tutti.
Il terapeuta offre al paziente soltanto ciò che già possiede e gli toglie ciò che non ha mai avuto.
Il terapeuta sa ciò che il cercatore non sa, cioè che siamo tutti pellegrini. 
Questo evidenzia che non c'è alcun maestro e non c'è alcun allievo.
La missione del vero terapeuta è un tentativo di liberare i suoi pazienti da lui. 
Egli istruisce nella tradizione di rompere con la tradizione, nel perdersi in modo da potersi ritrovare.
Per ciascuno di noi quindi, l'unica speranza risiede nei propri sforzi per completare la propria storia, non nell'interpretazione di un altro.
"Devo tornare sui miei passi per trovare la strada di casa; la strada che un altro ha percorso, non mi ci porterà".
Dal saggio di Kopp:
"Alcuni intraprendono i loro pellegrinaggi in solitudine, altri in compagnia di analoghi ricercatori. [...] Ma nel momento di turbamento in cui intraprendiamo la ricerca del significato della nostra vita, alla maggior parte di noi sembra saggio rivolgersi ad una guida che possa mostrarci la strada. Una tale guida spirituale viene talvolta chiamata Guru. [...] Ciò che offre loro è la guida verso l'accettazione della loro esistenza imperfetta, finita, in un mondo ambiguo e in definitiva incontrollabile.
Dapprima i guru possono apparire come i portatori ideali delle verità finali, ma in realtà sono semplicemente i membri più straordinariamente umani della comunità. [...] Egli, non intimidito dalle aspettative culturali, è assolutamente indipendente, infrange la saggezza convenzionale del gruppo e capovolge i modi consueti di comprendere il significato della vita.
Il Guru insegna indirettamente, non con dogmi e prediche, ma mediante parabole e metafore.
L'istruzione per ‎mezzo della metafora non dipende principalmente dal pensiero logico determinato razionalmente, né dal controllo empiricamente oggettivo dei dati percettivi. Al contrario, sapere metaforicamente implica afferrare una situazione intuitivamente, nei suoi diversi intergiochi di significati molteplici, dal concreto al simbolico. In questo modo, come dimostrano i sufi con le loro parabole, queste dimensioni interne portano la metafora a rivelare sempre maggiori livelli di significato, a seconda del livello di disponibilità a comprendere del discepolo.
‎[...] Parlandogli con metafore, il Guru spinge il pellegrino a volgersi all'interno di se stesso. offre al cercatore soltanto ciò che possiede già, e gli toglie ciò che non ha mai avuto. Il Guru sa ciò che il cercatore non sa: cioè che siamo tutti pellegrini. Non c'è alcun maestro, né alcun allievo.
‎[...] La missione di insegnamento del Guru è un tentativo di liberare i suoi seguaci da lui. Le sue metafore e le sue parabole rendono necessario ai pellegrini, che sono aspiranti discepoli, rivolgersi alle proprie immaginazioni nella ricerca del significato della loro vita. Il Guru istruisce i pellegrini nella tradizione di rompere con la tradizione, nel perdersi in modo da potersi ritrovare". 
Sheldon B. Kopp, "Se incontri Buddha per la strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia", Astrolabio, 1975.

Gurdjieff. Il Guru, il Maestro, un uomo straordinariamente umano

Presentare il pensiero e l'opera di Gurdjieff, credo sia un impresa ardua e molto difficile. 
Oltre ad essere complesso, articolato e molto ermetico, la lettura dei suoi libri è ricca di inaspettate sorprese che, simili agli insight della psicoterapia, creano disorientamento e destabilizzazione.
In questo momento storico, gli esseri umani sono travolti da un ritmo quotidiano che li allontana sempre più dalla loro essenza, quindi da sé stessi. Gurdjieff direbbe che sono più che addormentati. 
E, in un modo o in un altro, molti cercano di sedare la loro inquietudine esistenziale affidandosi a qualcuno o a qualcosa che dia risposte o certezze. 
Questo qualcuno o qualcosa può avere la forma di un autore che propone varie ricette per crescere, per uscire da uno stato di sofferenza o per acquisire maggior potere, sicurezza o controllo. Questi autori, ed i loro numerosi "manuali" riempiono gli scaffali delle librerie fornendo suggerimenti, metodi e sapienze inedite, spesso coperti dal marchio ©, e i loro vari best seller, sono super venduti in tutto il mondo. Un vero affare!
Questo qualcuno o qualcosa può avere la forma, inoltre, di un personaggio spirituale, o di un leader detentore di sapienze o segreti per stare meglio. 
Insomma, la legge fondamentale del commercio, che è fatta da offerta e richiesta anche in questi contesti funziona a dovere. 
Aumenta la richiesta? Ed ecco l'offerta dei tanti super professionisti dello sviluppo umano o simili, che hanno le risposte ad hoc, quasi come una pasticca scelta proprio per ogni tipo di problema, dubbio o perplessità. 
E se la richiesta non c'è, la si crea con le varie modalità di marketing sempre più raffinate ed elaborate, strutturate per fare centro, trovare "clienti", e al limite creare una fideussione, ben funzionale e redditizia.

Perchè questa premessa? Sicuramente per evitare di proporvi il solito articolo, ma per introdurvi al piacere del dubbio, dell'incertezza, della perplessità. O meglio per dare valore al grande beneficio che si chiama assenza di sicurezza, instabilità e incertezza, confusione!

La mia natura è sempre stata profondamente connessa con il pensiero tantrico, e se amo grandi pensatori come Gurdjieff posso affermare che leggendolo ho imparato che esistono realmente gli uomini straordinari, e il primo di questi, lo abbiamo così vicino che, addormentati, non riusciamo ad vederlo.

Dall'introduzione all'edizione francese del libro "Incontri con uomini straordinari" (Rencontres avec des hommes remarquables) di Georges I. Gurdjieff, scritta da Jeanne de Salzmann e Henri Tracol.

"L'opera di Gurdjieff è multiforme. Ma qualunque sia la forma in cui si esprime la sua parola è sempre un richiamo.
Egli chiama perché soffre del caos interiore nel quale viviamo.
Egli chiama affinché apriamo gli occhi.
Egli ci chiede perché esistiamo, che cosa vogliamo, a quali forze obbediamo. Egli ci chiede soprattutto se comprendiamo ciò che siamo.
Egli vuole farci rimettere tutto in questione.
E poiché egli insiste, e la sua insistenza ci costringe a rispondere, tra lui e noi si stabilisce una relazione che è parte integrante della sua opera.
Per circa quarantanni questo richiamo risuonò con tanta forza che uomini di tutti i continenti vennero da lui.
Ma avvicinarlo era sempre una prova. Davanti a lui qualsiasi atteggiamento sembrava artificioso. Che fosse eccessivamente deferente o al contrario pretenzioso, sin dai primi minuti veniva fatto crollare. Caduto l'atteggiamento, rimaneva soltanto una creatura umana spogliata della sua maschera e, per un momento, colta in tutta la sua verità.
Era un'esperienza spietata, per alcuni impossibile a sopportarsi.
Costoro non gli perdonavano di essere stati messi a nudo e, una volta al sicuro, cercavano con ogni mezzo di giustificarsi. Nacquero così le leggende più stravaganti.
Quanto a Gurdjieff, egli si divertiva di queste storie. Se necessario arrivava persino a provocarle, non fosse che per sbarazzarsi dei curiosi, che erano incapaci di capire il significato della sua ricerca.
Quanto a quelli che avevano saputo avvicinarlo, e per cui questo incontro era stato un avvenimento determinante, ogni tentativo di descriverlo appariva loro inadeguato. Per questo le testimonianze dirette sono così rare.
Tuttavia, la persona stessa di Gurdjieff è inseparabile dall'influenza che egli non ha cessato di esercitare. È dunque legittimo il desiderio di voler conoscere ciò che fu la sua vita, perlomeno nelle sue linee essenziali.
Perciò gli allievi di Gurdjieff hanno pensato che fosse necessario pubblicare questi racconti, i quali in origine erano stati concepiti per essere letti ad alta voce a un ristretto gruppo di allievi e invitati. Gurdjieff narra del periodo meno conosciuto della sua esistenza: la sua infanzia, la sua adolescenza, le prime tappe della sua ricerca.
Ma se Gurdjieff racconta se stesso, è per servire il suo vero intento. Vediamo benissimo che non si tratta di un'autobiografìa nel senso stretto della parola. Per lui il passato vale la pena di essere raccontato soltanto nella misura in cui esso è «esemplare». In queste avventure, suggerisce non esempi da imitare esteriormente, ma tutto un modo di essere davanti alla vita, che ci tocca direttamente e ci fa intuire una realtà di un altro ordine.
Perché Gurdjieff non era, non poteva essere soltanto uno scrittore. La sua funzione era un'altra.
Gurdjieff era un maestro.
Questa nozione di maestro, così comune in Oriente, non è praticamente afferrata in Occidente. Non evoca niente di preciso, il suo contenuto è molto vago, per non dire sospetto.
Diciamo che, secondo le concezioni tradizionali, la funzione di maestro non si limita all'insegnamento delle dottrine, ma significa una vera incarnazione della conoscenza, grazie alla quale il maestro può provocare un risveglio e, per la sua stessa presenza, aiutare l'allievo nella sua ricerca.
Egli esiste per creare le condizioni di un'esperienza attraverso la quale la conoscenza potrà essere «vissuta» nel modo più totale possibile.
È la chiave stessa della vita di Gurdjieff".
Per conoscere meglio il pensiero di Georges I. Gurdjieff, i suoi scritti:

Incontri con uomini straordinari, Adelphi,
I racconti di Belzebù a suo nipote, Neri Pozza,
Il Nunzio del bene venturo. Primo appello all'umanità contemporanea, Astrolabio-Ubaldini,
La vita reale solo quando "io sono", Neri Pozza.

domenica 20 ottobre 2013

Un pensiero del mistico Rūmī, più conosciuto come Mevlānā in Turchia e nel mondo occidentale.
Nato in Persia nel 1207, morì a Konya in Turchia nel 1273, dove fondò l'importante confraternita sufi dei "dervisci rotanti".
I dervisci sono famosi per le musiche e soprattutto per le danze sacre con le queli raggiungono stati di trance meditativa.
Se avete in programma un viaggio nella magica Turchia, non dimenticate di recarvi a Konya dove sono custodite le sue spoglie.

Morto alla mineralità divenni vegetale,
Morto alla vegetalità divenni animale,
Morto all'animalità divenni uomo. 
La prossima volta morirò
Generando ali e piume di angelo;
Poi salendo più in alto degli angeli
Sarò quello che voi non riuscite a immaginare:
Quello io sarò.

Mevlānā Jalal ad-Din Rumi


martedì 1 ottobre 2013

Disintossicazione da spiritualità compulsiva!

«I fatti sono chiari: le guerre occidentali sono appoggiate dal Dio cristiano, e alla sua chiamata alle armi non ci possiamo sottrarre perché siamo tutti cristiani, indipendentemente dalla fede che seguiamo, dalla chiesa che frequentiamo o anche dalla nostra professione di ateismo. 
Puoi essere ebreo oppure musulmano, puoi rivolgerti al tuo dio con i riti della Santeria, puoi fare parte della Wicca, ma se vivi nel mondo occidentale, psicologicamente sei cristiano, marchiato indelebilmente con il segno della croce nel cuore e nella mente e in ogni fibra del corpo. 
Il cristianesimo è dappertutto, nelle parole che usiamo, nelle bestemmie che pronunciamo, nelle rimozioni che rafforziamo, nello stordimento che cerchiamo, nella eredità di assassini religiosi della nostra storia: l'assassinio degli ebrei, l'assassinio dei cattolici, l'assassinio dei protestanti, dei mormoni, degli eretici, dei dissidenti, dei liberi pensatori... 
Se pensi che la tua anima personale sia distinta dal mondo esterno e che consapevolezza e coscienza morale siano localizzate in quell'anima (e non nel mondo esterno) e che perfino il gene egoista sia individualizzato nella tua persona, allora, psicologicamente, sei cristiano. 
Se la tua prima reazione a un sogno, a una notizia, a un'idea è di operare immediatamente una divisione tra bene e male morali, allora, psicologicamente, sei cristiano. Se associ il peccato alla carne e ai suoi impulsi, ancora una volta, psicologicamente, sei cristiano. Se noti quando un presentimento si realizza, se prendi le sviste come segnali e credi nei sogni, ma poi ti affretti a liquidare queste intuizioni come "superstizione", sei cristiano, perché quella religione mette al bando ogni forma di comunicazione con l'invisibile che non sia Gesù. Quando volti le spalle ai libri e allo studio, per cercare nei tuoi sentimenti intimi risposte semplici a problemi complessi, sei cristiano, perché il cristianesimo dice che il Regno di Dio e la voce del suo vero Verbo sono nell'interiorità. 
Se la tua teoria psicologica designa certi stati dell'anima con espressioni come ambivalenza, io debole, scissione, crollo, confini incerti, e ne ha paura considerandoli malattie, allora sei cristiano, perché quei concetti esprimono l'adesione a un'autorità centrale, unica e potente. 
Se pensi che i dati apparentemente casuali della storia abbiano una finalità, segnino in qualche modo un'evoluzione, e che la speranza sia una virtù e non un'illusione, allora sei cristiano. 
E sei cristiano quando credi che alla fine del tunnel delle umane disgrazie ci attenda la risurrezione della luce invece che la tragedia irrimediabile o il caso o la sfortuna. 
E, in particolare, sei un cristiano americano quando idealizzi una tabula rasa di innocenza infantile come se fosse la condizione più vicina a Dio. 
Non possiamo eludere duemila anni di storia, perché noi siamo la storia incarnata, ciascuno di noi è stato gettato sulle spiagge occidentali dello hic et nunc dalle mareggiate di tanto tempo fa. Possiamo disconoscere la presa del cristianesimo sulla nostra psiche, ma che altro è l'inconscio collettivo se non gli schemi emotivi inveterati e i pensieri non pensati che ci riempiono di pregiudizi che ci piace chiamare scelte? Siamo cristiani fino al midollo. 
Nelle nostre distinzioni si nasconde san Tommaso, alle nostre buone azioni presiede san Francesco, e migliaia di missionari protestanti di ogni setta immaginabile concorrono nel darci l'innata certezza di essere superiori a tutti e capaci di aiutare gli altri a vedere la luce».

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano 2005, (pag. 231-232)

sabato 24 agosto 2013

“(…) La mia via non è la vostra via, dunque non posso insegnarvi nulla. 
La via è in noi, ma non in dei, ne in dottrine, ne in leggi. In noi è la via, la verità e la vita. Guai a coloro che vivono seguendo dei modelli! La vita non è con loro. 
Se voi vivete seguendo un modello, allora vivrete la vita del modello, ma chi dovrebbe vivere la vostra vita, se non voi stessi? Dunque vivete voi stessi.
Gli indicatori di via sono caduti, davanti a voi si aprono incerti percorsi. 
Non siate avidi dei frutti nati nei campi altrui. Non sapete di essere voi stessi il campo fertile che fa crescere tutto ciò che vi serve?
Ma oggi chi lo sa più? 
Chi conosce la strada verso i campi eternamente fertili dell’anima? Voi cercate la via attraverso le apparenze, leggete libri e ascoltate opinioni: a che può giovare tutto questo?
Esiste solo una via ed è la vostra via.


Cercate la via? 
Vi metto in guardia dall’imboccare la strada di qualcun altro. 
Per voi può essere quella sbagliata.
Ciascuno percorra la sua via.
Non voglio essere il vostro salvatore ne darvi leggi o educarvi. Non siete più dei bambini.
Imporre leggi, migliorare o rendere facili le cose è diventato un errore e un male. 
Ciascuno cerchi la propria via. La via ci porta all’amore vicendevole nella comunione. Gli uomini vedranno e sentiranno la somiglianza e la comunanza delle loro vie (…).
Date dunque all’uomo la dignità e lasciatelo essere individuo, affinché trovi la sua comunità e la ami. 
La violenza si contrappone alla violenza, il disprezzo al disprezzo, l'amore genera amore.
Date dignità all’umanità e abbiate fiducia che la vita troverà la via migliore."

Carl Gustav Jung (Kesswil, 26 luglio 1875 – Küsnacht, 6 giugno 1961) dal Libro rosso.

mercoledì 14 agosto 2013

Prendimi per mano

Cammineremo.
Cammineremo soltanto.
Sarà piacevole camminare insieme.
Senza pensare di arrivare da qualche parte.
Cammina in pace.
Cammina nella gioia.

Il nostro è un cammino di pace.
Poi impariamo che non c’è un cammino di pace;
camminare è la pace;
non c’è un cammino di gioia;
camminare è la gioia.

Noi camminiamo per noi stessi.
Noi camminiamo per ognuno sempre mano nella mano.
Cammina e tocca la pace di ogni istante.


Cammina e tocca la gioia di ogni istante.
Ogni passo è una fresca brezza.
Ogni passo fa sbocciare un fiore sotto i nostri piedi.
Bacia la terra con i tuoi piedi.
Imprimi sulla terra il tuo amore e la tua gioia.
La terra sarà al sicuro
se c’è sicurezza in noi.

Thich Nhat Hanh